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Portare la croce: il gesto del Samaritano

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Destino. «Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero…» (1).
Gesù prende la croce. Si carica del destino, riservato ai poveri, dai dominatori del mondo. Compie il loro stesso cammino, piegato sotto lo stesso peso, oggetto dello stesso disprezzo. Manifesta la sua gloria nell'essere accomunato alla riprovazione assegnata agli ultimi. È il Dio degli oppressi: cade insieme a loro nella polvere, invoca insieme a loro un po’ d’acqua (2), condivide insieme a loro l’impotenza davanti all'ingiustizia del male. Tra gli scherni e gli inviti a riprendersi potere e privilegi, muore, lasciando in eredità sia alla Chiesa-istituzione sia alla Chiesa-comunità la sua compassione.
Risurrezione. «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero, e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto …un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’eb…

Don Peppe Diana: segno di contraddizione

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19 marzo 1994, ore 7. Avremmo voluto accompagnarti nell'ultimo tratto di strada, fino alla chiesa, nella tua personale salita al Calvario.
Avremmo voluto essere, come il Cireneo, obbligati a portare, almeno per qualche momento, la croce che pesa sulle spalle di quelli che combattono per la Giustizia del Regno di Dio.
Avremmo voluto difenderti dai nemici e dagli indifferenti, salvarti dai collusi, ma era l’ora delle tenebre: inesorabile in questo tempo.
19 marzo 1994, ore 7,20. Le speranze degli oppressi, ormai, giacciono in sacrestia, in una pozza di sangue.
Il tuo volto sfregiato è il volto autentico della Chiesa, quella che dà la vita per portare il lieto messaggio ai poveri (1).
Hanno spento una voce, per ridurre la denuncia profetica ad una parentesi.
Oggi. Vorremmo sentire gridare nelle omelie, nelle aule scolastiche ed universitarie, in Parlamento: «Per amore del mio popolo non tacerò» (2).
Vorremmo sentire gridare no a tutte le seduzioni dell’Impero: posti di lavoro immorali,…

Preghiera nella notte: solo lo spirito conosce il cammino

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Ragione. Mi affido alla ragione che indaga, segue piste promettenti, costruisce chiavi di lettura in apparenza inattaccabili. Sembro al sicuro e tutto scorre linearmente. Poi, senza preavviso, sopraggiungono le tenebre e al posto delle conseguenze emergono le contraddizioni. La mente va in panne, non riesce a decifrare il buio esistenziale, non trova gli strumenti adatti alla catalogazione, scambia l’attesa (di Dio) per assenza e sprofonda. Mi ritrovo così a pregare, solo lo spirito, infatti, sa avanzare anche nella notte, perché non cerca dati, ma scruta i segni. Arrestato il dinamismo della ragione, capace solo di monologhi, rimane un profondo silenzio in cui l’Altro può trovare il suo spazio vitale. La ragione afferma e ha il suo fondamento nel tentare d’imporsi. Lo spirito ascolta e ha il suo fondamento nella disponibilità ad accogliere. La ragione riempie ed esclude, lo spirito collabora e custodisce l’esistenza.
Spirito. «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi …

Il Vangelo della strada: la profezia dell’itineranza

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Entro in una struttura/organizzazione e penso a quelli che rimangono fuori perché allontanati, scandalizzati o perché senza forze. Penso all'assenza di speranza, all'ultimo metro prima del baratro affollato di fratelli e sorelle, e noi qui a stilare programmi, a decidere il restauro di muri o l’acquisto di cose destinate all'oblio eterno.

Entro in una struttura e lascio Gesù fuori ad attendere l’elemosina di un sorriso, di un abbraccio, e finalmente di essere riconosciuto. Penso al fratello detenuto che viene umiliato anche se pentito e pronto a pagare il conto con la giustizia. Penso al fratello in ospedale che viene evitato perché la società costruita sul nulla non vuole affrontare la sofferenza.
Esco allora, perché mi manca l’aria.
Percorro strade casuali ed incontro il fratello venditore ambulante, fermo all'angolo, stremato, ma ancora capace di gratitudine; la sorella disoccupata, in fila al centro per l’impiego, per il reddito di cittadinanza; il fratello precar…

Simone Weil: la salvezza nello sguardo

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Compassione e gratitudine. «Nell'amore vero non siamo noi ad amare gli sventurati in Dio, è Dio in noi che li ama. Quando siamo nella sventura, è Dio in noi che ama coloro che ci vogliono bene. La compassione e la gratitudine discendono da Dio, e quando vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui gli sguardi si incontrano» (1).

L’immediatezza dello sguardo umano verso la sventura -che porterebbe all'intervento, ad un gesto di solidarietà- cede il passo all'elaborazione delle accuse nei confronti dell’oppresso. La calunnia è funzionale all'indifferenza, serve a giustificare il fatto di non prendersi cura dell’altro. Il “colpevole” merita la sventura e la sua presenza può essere sorpassata senza interrompere gli affari del fariseo di ieri, del borghese di oggi. La compassione nella società che corre solo in avanti, calpestando e lasciando morti e feriti, è un atto illegale. La gratitudine nella società dello scambio e della mercificazione delle…

Don Lorenzo Milani: parola dura e affilata

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Denuncia profetica. «Come avrai osservato io non misuro molto le parole, né calcolo mai cosa convenga dire e cosa tacere. E questo fa parte di un preciso programma, cioè quello di ottenere la fiducia dei ragazzi e del popolo e educare gli uni e gli altri a fare altrettanto» (1).
«Ci vuole una paroladura, affilata, che spezzi e ferisca, cioè una parola concreta» (2).

Gli equilibrismi offendono le vittime e rassicurano gli oppressori. La parola equidistante è una parola iniqua. Infatti la parola di pace autentica presuppone la verità e la giustizia. Per riscattare l’impoverito occorre una parola provocatoria e paradossale che scuota dal torpore le coscienze, denunci le connivenze ed interrompa gli ossequi riservati alle classi dominanti. La logica del suddito non appartiene al cristiano. Il Vangelo chiede di sovvertire le strutture di peccato che calpestano orfani e vedove, cioè tutti gli indifesi ai quali Gesù rivolge il lieto messaggio della liberazione (3). Quindi niente fughe o rip…

Preghiera a Santa Elisabetta della Trinità

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Ti immaginiamo raggiungere il coro per l’adorazione, o la solitudine per il tuo dialogo intimo con Gesù. Vorremmo essere lì con te per imparare ad immergerci nelle profondità, per avere indicazioni sulla costruzione della cella interiore. Vorremmo fare memoria della storia della salvezza e porre attenzione alla sua Presenza attuale.
Portaci con te, Elisabetta, non lasciarci vagare senza consapevolezza.
Ti immaginiamo alla ricerca del silenzio, in attesa del «mormorio di un vento leggero» (1), mentre esclami come la samaritana: «Signore, dammi l’acqua che diventerà sorgente zampillante per la vita eterna» (2) o come la sposa del Cantico dei Cantici: «Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore» (3).
Portaci con te, Elisabetta non lasciarci nel vuoto delle parole degli uomini.
Ti immaginiamo in Cielo impegnata nella tua missione: condurre le anime alla vita contemplativa, semplicemente rendendosi disponibili all'azione dello Spirito (4…