Dio dopo Auschwitz: dagli spunti di Hans Jonas

Auschwitz pone domande fondamentali su Dio e sull'uomo. Hans Jonas propone una interessante riflessione.

Il concetto di Dio dopo Auschwitz

Introduzione: su Dio esistono ricostruzioni, ipotesi. Nessuno (tra gli umani) conosce con certezza il suo carattere e le sue prerogative. Abbiamo solo qualche elemento desumibile soprattutto dalle testimonianze della Scrittura,  il resto è rimesso alla riflessione e all'esperienza comunitaria e individuale. La sofferenza, in particolare quella dell’innocente manda in crisi molti tesi empiriche spacciate per apodittiche. La ragione ad esempio non riesce a coniugare Onnipotenza e Bontà davanti a certe tragedie. La ragione davanti ad Auschwitz si dilania tra rabbia e disperazione. Si chiede solo “perché” e si accorge di non conoscere Dio. E sapere che Dio è Buono e Onnipotente, secondo le indicazioni degli apologeti di tutte le stagioni, peggiora solo la situazione facendo aumentare il senso di angoscia esistenziale. Neanche il dualismo Bene-Male aiuta: il primo verrebbe da Dio il secondo dal c.d. demonio. In definitiva dopo Auschwitz l’uomo-pellegrino si dovrebbe solo chiedere: “Dio, chi sei"? Anche se ammettiamo la sua Bontà e la sua Onnipotenza rimane il fatto che non sappiamo come esse agiscono e si manifestano. E questa è l’unica indagine che dovrebbe prendere la nostra vita: cercare la reale immagine di Dio.


Testo di Hans Jonas:

 “…il rapporto tra Dio e mondo, dal momento della creazione, e in modo certo, dal momento della creazione dell’uomo, comporta per Dio una certa dose di sofferenza. (pag. 28)

[…] È un Dio che si cala nel tempo, anziché possedere un’essenza perfetta destinata a restare identica a se stessa nell'eternità. Una idea siffatta del divenire divino è certamente in antitesi con la tradizione greca, platonico-aristotelica della teologia filosofica; tradizione che, una volta introdotta nella teologia ebraica e cristiana, ha preteso e usurpato per sé una autorità per nulla giustificata, se la si considera e valuta secondo modelli di pensiero autenticamente ebraici (e anche cristiani). (pag. 29)

[…] il suo rapporto con ciò che ha creato, una volta che ciò esiste e si muove nel flusso del divenire, significa allo stesso modo che Dio fa esperienza di qualcosa in uno con il mondo; che il suo proprio essere viene intaccato da ciò che nel mondo “accade e tramonta”. (pag. 29) 

[…]Strettamente connessa con i concetti di un Dio sofferente e di un Dio diveniente è l’idea di un Dio che si prende cura, di un Dio che non è lontano e distante e chiuso in se stesso, ma  coinvolto in ciò di cui si preoccupa. Qualunque sia stata la condizione iniziale e originaria della divinità, essa cessò di essere chiusa in se stessa nel momento in cui si mise in relazione con l’esserci di un mondo, o creandolo o permettendone l’origine. Che Dio si preoccupi delle sue creature, è, com'è noto, uno dei principi fondamentali della fede ebraica. Ma il nostro concetto intende sottolineare l’aspetto meno conosciuto, il fatto che questo Dio che si prende cura non è un mago, che nell'atto stesso di prendersi cura realizza lo scopo della sua sollecitudine: questo Dio invece ha fatto intervenire altri attori e in questo modo ha fatto dipendere da loro la sua preoccupazione. Egli è perciò un Dio in costante situazione di pericolo, un Dio che rischia in proprio. (pag. 30-31) 

[…] Il fatto che il mondo non sia perfetto, può significare o che non vi è un unico Dio oppure che quell'Unico ha concesso qualcosa all'Altro da sé, da lui stesso creato: uno spazio per agire e per determinare insieme ciò che è oggetto della sua preoccupazione. (pag. 31)  

[…] Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile (nel governo del mondo in cui noi unicamente siamo in condizione di comprenderla). Ma se Dio può essere compreso solo in un certo modo e in un certo grado, allora la sua bontà (cui non possiamo rinunciare) non deve escludere l’esistenza del male; e il male c’è solo in quanto Dio non è onnipotente. Solo a questa condizione possiamo affermare che Dio è comprensibile e buono e che nonostante ciò nel mondo c’è il male. (pag. 34) 

[…]…propongo quindi l’idea di un Dio che per un’epoca determinata –l’epoca del processo cosmico- ha abdicato ad ogni potere di intervento nel corso fisico del mondo; un Dio che nell'urto con gli eventi mondani rivolti contro di lui, non ha reagito “con la mano forte e con il braccio teso” –come noi ebrei recitiamo ogni anno ricordando l’esodo dall’Egitto- bensì continuando con muta perseveranza la realizzazione del suo fine incompiuto.(pag.35”) 

[…] Concedendo all'uomo la libertà, Dio ha rinunciato alla sua potenza (pag. 36) 

[…] La creazione fu l’atto di assoluta sovranità, con cui la Divinità ha consentito a non essere più, per lungo tempo, assoluta – una opzione radicale a tutto vantaggio dell’esistenza di un essere finito capace di autodeterminare se stesso – un atto infine dell'autoalienazione divina. (pag. 37) […]

(da Hans JonasIl concetto di Dio dopo Auschwitz, Una voce ebraica, trad. C. Angelino, Il Melangolo, Genova, 1993)

nota: per una adeguata comprensione di tutte le questioni affrontate dall'autore si consiglia la lettura integrale del saggio.