Il pathos di Dio

La rivelazione biblico-cristiana presenta un Dio sposo e padre. A questo punto come immaginarlo impassibile di fronte alle vicende dell’uomo? Uno sposo non sollecito con la sua sposa (soprattutto se sofferente), semplicemente non è uno sposo. Un padre non sollecito con i propri figli (soprattutto se sofferenti), semplicemente non è un padre. L’indifferenza è una delle conseguenze del non-amore (definito peccato). Come attribuirla a Dio? «Il pathos divino è come un ponte gettato sull'abisso che separa l’uomo da Dio»(1) scrive mirabilmente AJ Heschel per indicare l’ineludibile connotazione affettiva della relazione con l’uomo. Si tratta di un coinvolgimento attuale, che si realizza nella storia, non rinviato all'aldilà. Il grido dei poveri Dio lo ascolta nell'oggi in cui avviene e la certezza del riscatto di domani non ne elimina la percezione del dolore. La disperazione degli oppressi è la disperazione di Dio, la sbarra posta sulle loro esistenze ha schiacciato pure Lui facendolo cadere più volte e poi morire. Intuiamo il pathos di Dio, non possiamo descriverlo con esattezza né descriverne le manifestazioni. Siamo nel campo del mistero non dei fenomeni naturali. Soprattutto davanti alle sventure l’uomo si sente spesso abbandonato da Dio. Le categorie razionali infatti, in assenza di un intervento divino visibile, non possono giudicare diversamente. Nessuna miseria è stata (ed è) osservata con distacco da Dio, neppure questa. Nel grido sulla croce Dio ha assunto l’angoscia dell’uomo che si sente abbandonato da Dio(2). Per questo non è possibile dare testimonianza solo con le parole senza cogliere e riportare il cuore di Dio, i suoi sentimenti, ciò che «sente e prova dinnanzi alle situazioni e al comportamento umano»(3). È Dio a cercare l’alleanza con l’uomo, un’alleanza non giuridica ma sponsale per questo non può essere letta in termini di diritti-doveri oppure morali. I profeti a tal proposito utilizzano il termine hesed (amore-misericordia-bellezza in riferimento alla relazione con l’altro) nell'accezione affettiva: «Fra Dio ed Israele vi è lo stesso hesed che fra un uomo e la sua fidanzata (Ger 2, 2), un uomo e la  sua sposa (Os 2 ,21; Ger 31, 2). La relazione coniugale, nel senso pieno che le danno i profeti, non si esaurisce né nel contratto di matrimonio, né nella fedeltà dei coniugi, ma nella conoscenza (Os 2, 22), cioè nell'incontro d’amore e di fecondazione. È questo il hesed degli amanti. Applicandolo a Dio, i profeti sottolineavano e si sforzavano di far sentire ciò che vi è di infinito, di irriducibilmente misterioso nell'incontro con Dio, talvolta persino di violento. L’elezione di Dio è un atto di parzialità. Dio sceglie, e non è possibile sfuggire a questa scelta (Am 3,2). Quando si è oggetto del hesed di Dio, lo si è per sempre, poiché il hesed di Dio è infinito quanto Dio stesso»(4).

(1) citazione di AJ Heschel in Paolo Gamberini, Pathos e logos in Abraham J. Heschel, Città Nuova Editrice, Roma 2009, p. 75
(2) Per approfondimenti: Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, trad. D. Pezzetta, Queriniana, Brescia 2013
(3) citazione di AJ Heschel in Paolo Gamberini, Pathos e logos in Abraham J. Heschel, Città Nuova Editrice, Roma 2009, p. 77
(4) André Neher, L’essenza del profetismo, trad. E. Piattelli, Marietti, Casale Monferrato 1984, p. 212