Dialogo con Maria

Perdonami, ma non riesco a ripetere formule vocali e fisse. Ho bisogno di parlarti davvero, sapendo che sei viva e che mi ascolti. Ho bisogno di confidarti i disagi di questo momento come la strumentalizzazione sofferta dai migranti, l’angoscia di disoccupati e precari, la solitudine degli anziani e dei malati. Mi rivolgo a te, in semplicità, perché mi sento compreso. Immagino Dio cercare una dimora per custodire e manifestare all'uomo la sua illogica compassione. Lo vedo rimanere affascinato dalla tenerezza di un cuore femminile, cuore ardente di sposa, cuore premuroso di madre. Immagino te, sconvolta dalla scelta di Dio che si fa così piccolo e debole tanto da consegnarsi alle tue cure. Forse ti aspettavi di vederlo in potenza (e sarebbe stato più facile credere ai suoi progetti), ed invece l’hai dovuto cercare, con la fede, nel buio e nell'incertezza della fragilità. Mi piacerebbe conoscere la tua gioia quando ascoltavi l’indignazione di Gesù nei confronti della doppiezza e della rigidità religiosa e quando annunciava ai poveri l’eredità del Regno con parole così simili alle tue: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (1). Mi consola e mi restituisce forza la tua umanità santificata dalla relazione con Dio molto di più dei privilegi intuiti dalla fede degli uomini. Ti immagino in mezzo al popolo, accompagnare Gesù negli abissi dell’emarginazione, rimuovere le pietre dai sepolcri esistenziali. E se proprio devi salire in cielo per riposarti o per ritrovare un po’ di pace, ritorna presto,  e non smettere di guardarci negli occhi e non dall'alto in basso. 

(1) Vangelo di Luca 1, 52-53