Rut: la salvezza per gli stranieri e i senza diritti

Il libro di Rut: piccola storia della salvezza, paradigma dell’amore compassionevole di Dio e speranza che abita il quotidiano.

Rut, dolce aceto (*).

Fu un caso, che accadde così, dice la Scrittura riguardo a Rut, venuta con la suocera Noemi-Naomì alla città, ai campi fertili di Betlemme. Timida traduzione di una grazia ben più potente, ben più sorprendente e foriera di gioia, comunicata a noi, che ci accostiamo alla lettura e alla meditazione del bel libro di Rut, attraverso un’espressione raddoppiata di vita, di eventi umano-divini: “si incontrò per incontro fortuito”, potremmo provare a tradurre, per fedeltà, per amore alla lettera ebraica del testo.

Il verbo “incontrare”, qaràh presiede sorridente alla vicenda che andiamo a scoprire, riguardo a Rut, a Boaz e a noi, come sempre invitati a prender parte alla storia della salvezza, raccontata per noi nella Sacra Scrittura.

Rut, infatti, è nata per stare nella compagnia degli uomini; sostanza di relazione, di amore, è la sua! Lo dice già il nome che porta, contrazione di reut, che vuol dire compagna, vicina, prossima. Amante, insomma.

Con tutto quello che questo comporta, col peso di estasi e dolore, di pienezza e poi di spazio incompiuto, di vuoto, di parole e silenzi, anche lunghi.

Rimasta vedova, questa ragazza straniera, della terra di Moab, deve imparare a fare i conti con la sua storia difficile, trama e ordito di lacrime, di sottrazione. Del resto, lo sappiamo benissimo, questo calcolo elementare di vita appartiene anche a noi.

Ma come lo conta lei, come lo registra lei sulla partita doppia del suo esistere, è un’arte tutta da scoprire, da imparare, sulle pagine sante della Divina Scrittura.

Prendiamo in mano la Bibbia, allora, alla sezione forse più estranea, più difficile da comprendere, quella dei libri storici, compresa fra la Torah, i primi cinque Libri e i Profeti, Neviìm. Dopo il libro dei Giudici, storia convulsa di personaggi, di guerre, di apparizioni divine, ecco, si apre, timido e breve, il libro di Rut, quattro capitoli, passaggio obbligato per arrivare ai libri, ben più consistenti, che presentano la storia dei Re di Israele, da Saul fino all'ultimo, Ioiachìn, preso ostaggio e portato in esilio, col popolo santo, a Babilonia. Appena un sospiro di sollievo, questa storia di Rut, sui campi densi di orzo maturo a Betlemme, una virgola dentro una storia di secoli e generazioni; proprio come la nostra, accennata di corsa nelle cronache ampie dei nostri tempi, in questo mondo globale.

Eppure degna di grande attenzione, degna di amore! Gli annali di Stato non parlano certo di noi, come avvenne di Rut, in quei tempi lontani della storia del popolo ebraico; la Parola di Dio invece sì, racconta la meraviglia nascosta di tutto ciò che ci accade. Per caso? No, per incontro di amore!

E’ così che siamo invitati a leggerci dentro, fra le righe delle nostre pagine di intima storia; con gli occhi, col respiro di Dio, Padre-Sposo che con attenzione ci nota, mentre arriva da Betlemme.

Così sta scritto di Boaz, infatti, che intreccia i suoi passi con quelli di Rut, in questo libro bellissimo.

Lei entra a Betlemme, arrivando insieme alla suocera Naomì-Mia dolce bellezza, da Moab, terra di lutto, di assenza, dove le era morto il marito; lui da Betlemme entra nei campi, dove già i mietitori raccoglievano l’orzo. Ecco, così avviene l’incontro.

Rut sta spigolando, col volto chino per terra, piegata nella fatica di procurarsi la vita, di riconquistare ciò che aveva perduto; lui, luminoso e felice per la messe abbondante, tiene alto il suo sguardo e la vede. Nota proprio lei, la giovane donna capitata lì, sul suo podere di ricco signore. E subito chiede, vuole conoscere: “Di chi è quella giovane?”. Domanda fortissima, che viene a bussare alla porta più interna del cuore. “Tu, a chi appartieni?”. Dove sta scritta la storia dei tuoi giorni, dove sono tracciati i lineamenti del tuo vero volto? Insomma, dimmi, ti prego, chi sei. Chi sei veramente!

Così ci parla la Parola di Dio, mentre leggiamo le pagine semplici del libro di Rut. Dobbiamo vedere se siamo disposti ad aprire il dialogo del nostro cuore con queste domande, con queste Parole di Vita, mentre camminiamo verso Betlemme, terra del nostro Natale, in questo anno della storia del mondo, segnato con la cifra 2018.

Rut decide di sì. Lei entra nell’incontro, apre il dialogo, raccoglie la domanda, risponde, poi chiede. Rut, senza paura si rivela, racconta. Si capisce che lei ha già a portata di mano la sua storia, i suoi giorni passati, di dolore, di lutto, di lungo cammino verso quella terra, che non è la sua e dove sta come straniera, come emigrante! Ha già fatto il grande lavoro di rilettura, ha già ripassato, per filo e per segno, i giorni, le notti, in cui si è trovata da sola, senza più accanto nessuno. Era rimasta solo la suocera, Naomì, anche lei vedova e senza più figli. Donne avvezze al dolore, al sapore amaro di una storia di vita, che sembra feroce, impietosa.

In tutto questo, però, loro rimangono in piedi e camminano. No, non si fermano! Il loro ritorno, il loro ingresso a Betlemme, è come l’arrivo di un regale corteo. Il testo ci racconta, infatti, che tutta la città si mise in agitazione, come avviene per l’unzione di un re (1 Re 1,45) o per l’arrivo dell’arca santa di Dio (1 Sam 4,5).

Sì, l’arca santa di Dio, la Presenza!

E’ questa la vera risposta alla grande domanda: “Ma tu, dimmi: chi sei?”. Solo che noi stessi fatichiamo a saperlo, a dar credito alla verità di questa immensa nostra bellezza. Vediamo piuttosto i difetti, le parti mancanti, ferite, sentiamo, fin dentro di noi, il dislivello dei buchi di essere, l’inconsistenza, i cedimenti, le fitte di dolore nascosto che a volte, improvvise, tornano a galla.

Rut, invece, sorella e compagna dalle Pagine sante della divina Scrittura, ci aiuta a guardarci in modo diverso, per leggere la bellezza, la gloria del volto disegnato da Dio su di noi.

Si definisce straniera, ospite pellegrina in una terra non sua; davanti a Boaz, il signore del campo, dice di non essere nemmeno come una delle sue schiave. Sì, tutto vero. E’ così anche per noi. In fondo, cosa siamo di diverso da questo?

Eppure una verità luminosa sta scritta, di Rut e di noi. Ascoltiamola dalla bocca di lei; è una domanda, un’interrogazione del cuore, che suona così, nella soavità delle lettere ebraiche: “Per quale ragione ho trovato grazia agli occhi tuoi, per conoscere me, mentre io sconosciuta?” (Rut 2,10).

Proprio qui è il cuore di tutta la storia, qui è il centro di ogni cammino di vita, qui è il luogo benedetto, la sala regale in cui è celebrata la nostra vera nascita. Qui e solo qui, noi veramente siamo.

In questo umile dialogare dell’anima con Dio, noi siamo. Io sconosciuta, dice Rut, ora sono riconosciuta! Io, che prima non ero, ora sono!

Vedi cosa avviene a Betlemme, alla Casa dove il Pane di vita è offerto, è servito?

Ma il passaggio dalla prima condizione alla nuova, l’ingresso benedetto dentro lo sguardo amoroso di uno che, finalmente, ti riconosce, così, per quella che sei, è un passaggio immenso, che chiede spazio, chiede tempo, chiede ampi respiri, accoglienza, abbraccio di fiducia, di amore.

Non può avvenire tutto così, all’improvviso, dall’oggi al domani. Occorre rimanere, pazientare, insistere, ancora bussare, chiedere. Occorre tutto il cammino che porta da Moab a Betlemme. Mo-àv, ossia: dal padre! Perdonami, ma questo è il percorso da fare.

Devi lasciare quel padre che con tanta fatica hai trovato, uscendo da tua madre; avvezza ormai anche ai suoi toni più cupi, al suo tocco più rude, più forte, al suo odore, tanto diverso da quello dolce e a te familiare che portava tua madre, arriva il tempo, il momento supremo in cui tu devi lasciare tuo padre. Mo-àv! Per arrivare a Betlemme, che è Casa, Bet; doppia presenza, compagnia al plurale. E qui imparare a condividere il pane, la vita.

Ma una volta raggiunta questa posizione adulta e matura, bisogna che qualcuno, uno sguardo attento, amoroso, riconosca ciò che ancora si sente non conosciuto dentro di te. Altrimenti, tu non vivrai mai pienamente!

Rut ci sta raccontando la bellissima storia della sua povertà, del suo dolore di vita, raccolti da amorevoli mani di uomo, mani di Dio. Boaz, nella forza! Nella forza dell’Unico che non può abbandonare, noi siamo visti così, conosciuti così, chiamati così, sposati così.

Le lettere che compongono questo bel nome, la bet, la ‘ayin e la zain, nella loro danza di dialogo e annuncio, si compongono insieme a formare za’av e a dire, che no, Io non ti lascerò, non ti abbandonerò. Capitasse anche che una donna si dimenticasse del figlio, Io non potrò mai cancellare i tuoi segni, incisi sui palmi delle mie mani, dice Dio, il Padre di tutti.

E poi quella forza, che è stata capace di vedere proprio te, in mezzo a tutti, ti invita a mangiare. A Betlemme, infatti, Casa del pane, sanno bene come si apparecchia la tavola, come si sazia la fame! Al tempo del pasto, Boaz dice a Rut: “Avvicinati qui!”. Invito all’incontro, al contatto.

E’ Dio stesso a parlarci con queste parole d’amore, di profonda attenzione e accoglienza. Respiro allargato, che cancella il peso, il dolore dell’estraneità, della distanza. Il Dio-vicino ci chiama e non importa quanto lontani possiamo essere andati a finire; Lui sa come raggiungere ogni nostra distanza.

Poi dice ancora: “Mangia del pane, intingi il tuo boccone dentro l’aceto”.

E Lui stesso, attraverso le mani di Boaz, con quella sua forza dolce, tenace, gloriosa, come in un sorriso accogliente, fa un piccolo mucchio dalla porzione servita di orzo abbrustolito, con dentro il gusto del fuoco, della vita che arde, lo stringe, prendendolo fra le sue dita e così lo porge a Rut. A noi, se ci siamo fatti compagni, vicini, amici di Lui. Il testo racconta che Rut mangiò fino a saziarsi e ancora mise da parte, da quel Pane preparato e offerto sui campi di Betlem. Sovrabbondanza di bene, deposito di fiduciosa speranza, Parola fedele che canta la nostra bellezza, agli occhi di Dio, innamorato di noi.

Fonte: Sr. Anastasia di Gerusalemme, Carmelitane Ravenna
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Foto: Pixabay

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