Rocco Chinnici: sposo, padre, giudice antimafia

Rocco Chinnici:giudice e ideatore del pool antimafia formato da Falcone Borsellino Di Lello.

Ideatore del pool.

Scriviamo e parliamo di uomini come Chinnici, per non dimenticare, per non essere complici. Scriviamo e parliamo di questi testimoni, come forma di resistenza. Infatti, gli uomini come Chinnici, li ammazzano sia per interromperne l’azione, sia per far cadere nell'oblio il loro esempio. Li eliminano con il tritolo e li oltraggiano con il senso di inutilità, che funziona pure da monito per eventuali imitatori. E allora, noi, anche per questo, continuiamo a scrivere e parlare: per non darla vinta alla morte e alla mafia, che poi sono la stessa cosa. Infatti, con il coraggio di chi rimane, la morte può trasformarsi da fine a moltiplicazione. Qui non desideriamo commemorare le sue spiccate capacità professionali, bensì la sua scelta umana. Da sposo innamorato, da padre premuroso e attento si è sacrificato per il bene di tutti.  Ha preso su di sé la personale porzione di responsabilità per la liberazione di tutti, nonostante il clima pesante che si respirava, in quegli anni, in città e in tribunale. Mentre riceveva telefonate anonime a scopo intimidatorio, c’erano sedicenti politici che accettavano i voti dei mafiosi o addirittura li cercavano. Mentre svolgeva le indagini, con rigore e sacrosanta intransigenza, riservandosi le decisioni più delicate e rischiose, c’erano sedicenti magistrati a cui tremava la mano e si riduceva la vista davanti a certi nomi. Mentre combatteva la mafia anche nelle scuole, c’erano sedicenti giornalisti che ne minimizzavano la minaccia.

Etica. 

"Io non faccio il magistrato per il portafoglio o  la vanagloria, ma per gli altri, per tutti,  per un dovere sociale, per fermare questo fenomeno criminale organizzato, la mafia, che non è solo quella che uccide", affermava Chinnici con convinzione (1)
La colazione preparata ai suoi figli, il saluto al portiere, lo sguardo d’intesa con i suoi angeli terreni (che non l’hanno abbandonato nonostante i pericoli), sono stati i suoi ultimi gesti di umanità, prima di cadere nello svolgimento del proprio servizio. 

Memoria.

Il 29 luglio 1983 era un venerdì d’estate. Di mattina presto, a Palermo, giacevano a terra, nella devastazione, i corpi di Rocco Chinnici, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta (uomini della scorta), Stefano Li Sacchi (portiere dello stabile), insieme al ferito grave, ma sopravvissuto, Giovanni Paparcuri (l’autista).
Rocco Chinnici, 58 anni, lasciava moglie e 3 figli.
Mario Trapassi, 32 anni, lasciava moglie e 4 figli.
Salvatore Bartolotta, 38 anni, lasciava moglie e 5 figli.
Stefano Li Sacchi, 60 anni, lasciava moglie e una nipote.
Non conosciamo l’attuale dimora di Rocco, Mario, Salvatore e Stefano, eppure, ci sembra sempre di rincontrarli in quel magistrato che non si piega davanti ai boss, in quello studente che partecipa ai movimenti antimafia, in quel giovane che decide di non chiedere raccomandazioni, in quel sacerdote che sottrae i ragazzi alla mafia, in quel politico che si batte per la giustizia sociale, in quel lavoratore che fa scoprire un traffico illecito di rifiuti, in quel docente che si impegna nel formare gli allievi alla cittadinanza attiva e critica (2). Ed è così che la nostra indignazione trae ispirazione e si rafforza.

(1) Citazione in Fabio De Pasquale - Eleonora Iannelli, Così non si può vivere. Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili, Rx-Castelvecchi, Roma 2013, p. 174
(2) "C'è bisogno di cittadini responsabili. Il rimedio alla mafia è la mobilitazione delle coscienze". Citazione di Rocco Chinnici in Fabio De Pasquale -Eleonora Iannelli, Così non si può vivere. Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili, Rx-Castelvecchi, Roma 2013, p. 13

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